29 giugno 2011

La casa brucia e la nonna si pettina


Ok, mentre razziavo scatoloni al supermercato ero ancora calma e lucida, ma ora riempirli mi manda nel panico!




Cambio casa, mi costruisco un nuovo ecosistema con parecchi metri quadri in più: forse finalmente riuscirò a vivere in uno spazio che sia meno simile ad una tana scavata in mezzo alle cianfrusaglie.
Siamo all’epilogo di mesi e mesi di agonizzante ricerca, conclusasi con un miracoloso cinque vani da condividere con tre amiche: sesto piano, affitto accettabile, stesso quartiere, equidistante tra centro e università e in una bella piazzetta con dei castagni nel mezzo. 

Favorita dalla sorte, avrò una camera molto grande in cui ammassare tutta la mia robaccia, in attesa di avere il tempo per sistemarla. 
Ora mi rendo conto che la mia robaccia è davvero tanta! 

“Piccola donna, enorme valigia”.

Bene, ora vedrò di vincere il panico e mettermi a lavoro.
Voi con che musica accompagnereste un trasloco?

28 giugno 2011

Il giusto processo

Volevate i biscotti? Ve ne concedo 200 grammi all’incirca.

Il processo di rimozione, gran brutta storia! 

Non sentirsi più, non nominarlo, distruggere ogni traccia, scovare ogni suo difetto e amplificarlo, non buttarsi per nessuna ragione nelle braccia del primo che ci prova solo per farlo ingelosire (tanto non  si ingelosisce, al massimo rosica un po’ per la prontezza di riflessi, sai che soddisfazione).

Il “chiodo schiaccia chiodo” non mi ha mai convinto, o meglio, dovrebbe trattarsi di un gran bel chiodo, ma quante possibilità ci sono di trovarne uno così in fretta?

Ma poi quand’è che finisce questo strazio? In Sex and the city dicevano “la metà del tempo che ci sei stata insieme”, ma non mi fido più di tanto della fonte.

Certo è che un bel giorno ti alzi ed è finita: il sole splende, gli uccellini cinguettano e il macigno è scomparso, come quando digerisci una cena particolarmente pesante insomma (un tocco di Stilnovismo).

Ci sono centinaia di persone carine e interessanti che potresti conoscere, posti da visitare, interessi da coltivare, senza l’aria pesante da melodramma, quasi ridicola, che accompagna la fine di ogni storia.

Era una combinazione sbagliata: si procede per tentativi, si sopravvive.

E poi si va in montagna e ci si diverte parecchio! 
Tecnicamente questo doveva esser un post sulla mia permanenza in Trentino, non un polpettone di ovvietà: chiedo venia, rimedierò al più presto e magari scriverò altre cose meravigliose! O magari no.

7 giugno 2011

L’aria tormentata degli adolescenti che fumano ai concerti


Si dondolano come in trance, quattordicenni col fisico da cicogna. Non è musica da dondolio quella che stiamo ascoltando, in realtà, e io, seduta a gambe incrociate nel bel mezzo di piazza Santa Croce, ho già quasi perso l’udito.

Suonano i Bud Spencer Blues Explosion, in apertura al concerto dei Verdena. Continua il mio sperimentalismo: vado a sentire un gruppo di cui conoscerò sì e no tre canzoni, invogliata dall’entusiasmo con cui lo sostengono quasi tutti i miei amici e dal prezzo democratico del biglietto (non dirò “più dal secondo”, perché non sarebbe carino farlo).

La pioggia, che imperversa ormai da tre giorni, ha graziato la serata (tra gli amici che ascoltano i Verdena annovero anche Dio), per la gioia degli indiegeni e dei fan immigrati. Ora invece ha ripreso: c’è una specie di tormenta come non ne vedevo dalle puntate invernali di Heidi, vuoi vedere che ci ritroviamo a ravanare nel fango come nei mitici ’60? 

Ad ogni modo, bel concerto, anche se piuttosto breve. Mi ha colpito soprattutto l’espansività di questi artisti:

“Ciao, noi siamo i Verdena.” 

Silenzio per tre o quattro canzoni, grosso applauso alla quarta canzone (non so quale fosse, non era tra le tre che conosco)

“Grazie.”

Silenzio fino alla fine del concerto

“Grazie per essere venuti, grazie, ciao.”

Evviva la logorrea!

Nota speciale di merito per il kebab di fine concerto, ingurgitato durante la romantica passeggiata lungo l’Arno che ha portato me e Elena (se scrivo di serate alternative, date per scontata la sua presenza) alla sua nuova dimora, aka “La Tana”.

Da pochi giorni, infatti, l’altissima e biondissima gnocca tirolese vive per conto suo in un delizioso bilocale Oltrarno, dalle parti del giardino Torrigiani (ossia il posto strafigo in cui voglio si tenga il mio ricevimento di nozze, ma di questo parlerò un’altra volta), con tanto di armadio in stile Narnia e armature medievali a caso appese alle pareti. Un luogo assurdo!

Sapete cos’altro è assurdo? Che la gente normale, quella fortunata almeno, di solito trova a terra dei soldi, mentre io ci trovo due francobolli per posta prioritaria. Che cosa vorrà dire? 

Beh, al momento non so bene cosa farmene, magari bandirò un concorso per ricevere una cartolina di me che faccio il mio solito sorriso da giapponese davanti alla Signoria, per dire…



6 giugno 2011

Dunque...

Se "dio è nella pioggia", non ho mai avuto così tanta voglia di bestemmiare.


1 giugno 2011

Tiriamo su un ostello nella steppa

Mentre prepari una frittata agli spinaci hai modo di pensare alla tua esistenza, a quanto può cambiare in pochi mesi.

Per la prima volta dopo secoli credo di essere esattamente dove vorrei essere (in una cucina a preparare una frittata agli spinaci).

 
Mi piacciono i miei studi (salvo sporadici momenti di smarrimento), mi piace la gente che ho conosciuto e mi piacciono i posti che ho visitato. Amo la città in cui vivo, adoro vivere da sola e persino incasinarmi con la burocrazia.
Sono meno timida e un po’ meno imbranata, ho acquistato un ottimo senso dell’orientamento, sviluppato di un minimo le mie capacità culinarie e conosco persino l’uso di ammorbidente e smacchiatore. 
Credo anche di essere molto più propensa al cambiamento: so che probabilmente non resterò in questa città per il resto della vita, anzi me lo auguro, e un secondo trasferimento non sarà neanche lontanamente terrorizzante come il primo.

Andare via di casa è davvero una gran cosa! Questo mi riporta ai tre gesti simbolici che hanno preceduto la partenza, in ordine di tempo: tagliare i capelli, fare un tatuaggio, ricevere in regalo una moka. Non sottovalutate assolutamente il valore dell’ultimo! 
Chiunque, prima di partire, dovrebbe avere una persona speciale che gli regali una moka, è molto meglio di un qualsiasi “in bocca al lupo”.

Certo sono solo le basi e ci sono ancora parecchi dettagli da definire (la casa ad esempio, di cui non mi azzardo tuttora a scrivere nulla), ma quanto è bello essere positivi?

Volutamente escludo da questo post il lato oscuro (solo per questa volta, altrimenti toccherebbe cambiare nome al blog). 

Oggi sono una persona soddisfatta! Quindi niente biscotti per voi, mi spiace, solo spinaci: è più salutare.


22 maggio 2011

Io salto come un popcorn

Questa città se l’è mangiata il caldo, ma comunque trovo il coraggio di uscire per strada alle tre del pomeriggio.

Sotto casa il deserto, niente traffico, e i pochi passanti camminano rasente i muri, sfruttando ogni striscia d’ombra. È così piacevole il silenzio del primo pomeriggio, fare la spesa in un supermercato per una volta non affollato, non dover stare troppo attenti a schivare le moto!

Lo studio procede a rilento: l’organizzazione degli enti locali è complicata, noiosa, e nell’afa avrei solo voglia di sonnecchiare fino alle sei, quando l’aria diventa un po’ più respirabile.

Le sei di sera, in estate, sono l’orario perfetto e a Firenze è già estate, sia chiaro! 



La Gelateria dei Medici già da un po’ è presa d’assalto da allegre famigliole, coppiette, liceali ormai in vacanza e universitari che cercano di soffocare nel fiordilatte i sensi di colpa per i libri abbandonati (mi associo a quest’ultima categoria).

Gli sportivi della domenica, terrorizzati dall’imminente approdo alle spiagge, si moltiplicano, e il giardino della Fortezza si popola nel tardo pomeriggio di corridori sfiancati. A guardarli con un po’ di sufficienza ci siamo noi, quelli saggi, che hanno iniziato qualche giorno prima e che già vedono i primi (scarsi) risultati dei propri sforzi.

Se si escludono i novellini ansimanti, alla Fortezza ormai si è sempre la solita gente: un ragazzo e una ragazza che credo si siano conosciuti proprio al parco, portandoci i rispettivi cani, e che adesso vediamo sempre insieme (non so se siano una coppia, ma mi piace pensarlo), un po’ di signori di mezza età con pantaloncini da corsa imbarazzanti ma forma invidiabile, una ragazza che corre sempre sola con le cuffie alle orecchie e un cappellino viola in testa, una coppia di ragazzi piuttosto carini ma troppo veloci per star loro dietro e poi io e Mariacristina, che un po’ corriamo, un po’chiacchieriamo e insomma ci prendiamo poco sul serio.

Per i prossimi giorni è in previsione una sortita al mare, dalle parti di Grosseto, sempre che si riesca a trovare un mezzo di trasporto: meta consigliata, Cala Violina, che pare sia una bellezza. Ad ogni modo non sono di quelli che rompono i coglioni con “il mare calabro, tutta un’altra cosa!”, anche perché in generale preferisco la montagna.

A rileggere il tutto, è più o meno la solita vita con qualche grado in più: in realtà le novità più rilevanti riguardano un imminente trasloco, ma dedicherò loro un post a parte, quando sarà tutto un po’ più definito. Trovare casa è un lungo calvario cui spetta una degna cronaca.

Dalla Terra di Mezzo è tutto, vi porgo i miei saluti!
Marzia


13 maggio 2011

Lo scrivi o no il tuo romanzo erotico?

<<Il romanzo di Bianconi? Ah, sì! Si chiama “Sexysolitudini”, vero?>>
Sono un cliché indie, in mezzo alla stazione con la gonnellina a pieghe, le stringate e in mano un libro con la faccia di Francesco Bianconi sul retro. Tento inutilmente di nascondere la copertina con la mano, poi decido di incastrarlo in borsa.
Dieci minuti dopo arriva Elena con una fascetta in testa: ok, abbandono ogni tentativo di sembrare meno indie.
Riassumendo, sono stata alla presentazione de “Il regno animale” (No, non “sexy solitudini”, magari il prossimo…) alle Murate, un ex carcere trasformato in parte in una sede per mostre e incontri e in parte in alloggi popolari (molto più fighi del mio attuale alloggio non popolare, mi permetto di aggiungere).
Arriviamo nel cortile interno: forte profumo di gelsomini, silenzio spettrale, nessuno in vista.  
Ci guardiamo in giro con lo sguardo da turista scandinavo che ha perso la guida, finché un’anima buona ci fa cenno di seguirla nel cortile a fianco, dove una trentina di persone con il mio stesso libro in mano aspettano di poter entrare nella saletta dell’incontro.
Mi aspettavo un po’ più di gente, lunghe attese. Non mi lamento.
Troviamo posto in quarta fila. Bianconi entra accompagnato da un giornalista e dal fratello, che è esattamente uguale a lui e gli fa le basi musicali per il reading: peccato che l’audio nella sala sia pessimo e che di ciò che legge si capisca poco o nulla. Sulla parete alle sue spalle vengono proiettati video di Milano e di animali allo zoo.
È un po’ impacciato, risponde alle domande del giornalista senza mai guardare il pubblico e tormentandosi le mani, ha una voce bellissima: Elena lo trova adorabile, io ho gli occhi a cuoricino.
Alla fine ci mettiamo in fila per la dedica sul libro e noto un capannello di gente attorno ad una figura con i capelli scuri, vicino alla porte: è venuta anche Rachele Bastreghi, due o tre ragazzi la guardano adoranti.
Nel frattempo Elena si è fatta autografare il libro di Diritto Pubblico:
<<Ma che libro mi fai firmare? Diritto Pubblico? Cavolo, dovrei farti delle domande…  Ma lo hai già dato?>>
<<Ehm, non ancora>>
<<Dai allora ci scrivo anche “in bocca al lupo”>>
Io non mi accontento della dedica e chiedo una foto: Francesco mi avverte che così ho dato inizio ad un meccanismo diabolico per cui ora tutti vorranno farsi una foto. Mi sento una persona orribile. Lui però ha un sorriso da psicopatico che a guardarlo non riesco a smettere di ridere, perciò direi che ne è valsa la pena!
Finita la presentazione, forse, inconsciamente, per ridimensionare il tasso di indiosità che l'esperienza ci ha donato, andiamo a mangiare al McDonald's.
Scusaci Ciccio!



2 maggio 2011

"Uno alla fine può sempre farsi una passeggiata sul Bosforo"

Ho quasi lasciato passare un mese: perchè ci sono state le vacanze, perchè dovevo studiare (dovrei tuttora), perchè oggi piove, perchè non mi sentivo ispirata.

Fatto sta che stasera sono nel mood giusto, sarà perchè ad aprire la finestra si sente odore d'estate...
No, più prosaico, sarà che non ho un cazzo da fare e in tv c'è solo roba pessima.
Sì, meglio.

Circa due settimane fa mi trovavo ad Istanbul: penso sia importante scriverlo qui, dal momento che è il posto in cui sognavo di andare da circa un secolo.
A gennaio è arrivata la decisione dei miei:
"Noi pensavamo di fare Pasqua ad Istanbul"
"Vengo anch'io"
"Ma non vuoi mai venire con noi, dici che ti annoi!"
"E' Istanbul."
Il 22 aprile attraversavo il ponte sul Bosforo a bordo di un pulmino.
Due coppie di quarantenni lombardi non la finivano più di raccontarsi a vicenda i propri viaggi: Shangai, Londra, Los Angeles, i Tropici. Mi chiedevo se facessero così ogni volta, se non prestassero puntualmente alcuna attenzione al luogo in cui si trovavano per vantarsi di quelli in cui già erano stati. Io non riuscivo a scollare gli occhi dal finestrino (anche perchè quella davanti a me aveva i capelli di un brutto punto di biondo, e non era un bel vedere).
Avevo in testa la città di Pamuk, decadente e un po' intristita, visioni romantiche del Mare di Marmara e dei battelli al tramonto. Mi sono trovata in una specie di grande centro commerciale all'aperto: troppi turisti chiassosi, troppa paccottiglia solo a loro (noi) riservata. Entrare nella Moschea Blu sghignazzando, a capo scoperto, cos'è? Un modo per dire quanto siamo laici ed fighi?
Coglievo sprazzi di realtà nelle moschee più piccole, in cui un uomo passava l'aspirapolvere mentre a terra era rimasto un rosario musulmano, nei richiami alla preghiera, cinque volte al giorno, o nel mercato dei contadini, di fianco al Gran Bazar, dove una signora tentava di spiegarmi l'uso medico delle sanguisughe che teneva in un gran secchio.
A quel punto, però, ero già rassegnata al fatto che tutto ciò che avevo immaginato non fosse null'altro se non un'invenzione letteraria.
Non fraintendetemi: ho trovato Instanbul bellissima, oltre ogni previsione, solo che quella che immaginavo era un altro tipo di bellezza, che non saprei come spiegare in realtà...
Insomma, ero un po' incazzata con Pamuk: come puoi passare la vita a scrivere di una città e nel scriverne renderla così irrealistica?
Poi, però, l'ultima sera solo stata ad Ortake: una meravigliosa piazzetta sul Bosforo, con una piccola moschea alle cui spalle sta il ponte illuminato, mentre nei vicoli circostanti si trovano locali di ogni tipo e chioschetti in cui preparano la roba più assurda (nota speciale per un'enorme patata alla brace, aperta e farcita con qualsiasi cosa, che trovi praticamente nelle mani di chiunque).
Bene, fermandomi ad un negozio di stampe e vecchie cartoline ho ritrovato la mia Instanbul: una foto in bianco e nero mostra una strada quasi deserta, se non per qualche macchina ed un passante. "Beyoglu, 1930".
Si tratta di un quartiere nella parte europea di Instanbul, citato spesso ne "Il museo dell'innocenza" dal mio caro Orhan: è stata una città reale, solo che lo era 80 anni prima che potessi vederla!
In questo momento la foto in questione si trova sul mio armadio: non ho trovato esattamente la stessa su internet per poterla caricare qui, ma sono riuscita a scovare qualcosa di simile.


Credo sia la stessa via ritratta nella mia, presa da una diversa angolazione.
Conclusione: non sono più incazzata con Pamuk e continuerò ancora ad adorarlo, specie da quando ho scoperto che da piccoli, quando ci trovavamo soli,  facevamo gli stessi giochi assurdi (ma forse è una cosa comune a tutti i marmocchi quando giocano da soli, non saprei).
Prima di apporre la mia firma a questo papello, però, ci tengo a riportare che ho portato i miei ad ubriacarsi di raki, tra le proteste di mia madre e la malcelata soddisfazione di mio padre: ubriacatura preceduta da imbarazzante conversazione con il gestore musulmano di un locale in cui, ovviamente, non si poteva consumare alcol e dagli ammiccamenti del vecchietto che "i'll take you where you can find it".
Credo che tornerò ad Instanbul, correrò il rischio di vedere la moderna Beyoglu, magari con un compagno amante dei viaggi, se mai ne troverò uno, nel frattempo vi porgo i miei omaggi!

Marzia

16 aprile 2011

Io corro, moi non plus

Come puoi non amare questa città il sabato pomeriggio, quando ti infili un paio di scarpe da corsa per andare a sputare un polmone al Giardino della Fortezza e, arrivata lì, ti trovi in mezzo ad un mercato dell'antiquariato?





 Certo non è agevole correre in mezzo ai bachetti e alla gente che trasporta dio solo sa cosa in borsa, ma tanto il mio cedevole spirito da sportiva mi ha già abbandonata, sono già incantata a guardare dei vecchi orologi da taschino.
Peccato che la tuta non sia l'abbigliamento più adatto per girare in un mercato delle pulci: come minimo avrei dovuto indossare un vestito a fiori! (E portar dietro un portafogli).
Ok, ora ho davvero bisogno di una doccia e non credo che avrò il mio orologio da taschino prima di maggio: che vita agra!
Marzia